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Mese Missionario nel mondo FMSC

Mese Missionario – Sr Bindhu Kolenchery: Una porta aperta alla pace

Mese Missionario – Sr Bindhu Kolenchery: Una porta aperta alla pace

Sr Bindhu Kolenchery, FMSC, vive in Turchia, a Büyükada, Istanbul, dove la quotidianità diventa occasione di incontro, accoglienza e dialogo. Nella semplicità dei piccoli gesti, tra persone di culture e religioni diverse, ci racconta cosa significa essere oggi strumenti di pace.


 Sr Bindhu, tu vive la missione in Medio Oriente, terra provata dai conflitti. Il Santo Padre ricorda che l’annuncio chiede anzitutto cuori pacificati e riconciliati. In un contesto simile, come fa la vostra comunità a custodire la pace interiore e a farne dono a chi vi circonda?»
La pace deve iniziare prima di tutto nel nostro cuore, altrimenti non possiamo donarla agli altri. Qui a Büyükada, a Istanbul, in Turchia, cerchiamo di viverla ogni giorno nella semplicità della nostra vita. Ogni mattina preghiamo insieme, anche nel silenzio. Cerchiamo di parlarci, di perdonarci e scegliamo di rimanere qui, insieme, vicine alla gente e alla realtà che ci circonda. È così che la pace diventa un dono semplice e concreto. A volte basta davvero poco: un sorriso, una parola buona, un piccolo gesto di attenzione possono portare ogni giorno un po’ di bene nella vita degli altri.

«Il motto francescano per eccellenza è "Pace e Bene", e sul nostro sito leggiamo che "è nel perdono che siamo perdonati". Quanto è difficile, ma al tempo stesso profetico, testimoniare la via francescana del perdono e della riconciliazione dove le ferite della guerra sono ancora aperte?»
È molto difficile. Qui incontriamo ogni giorno persone che portano con sé ferite profonde e ancora aperte. Nella mensa dei poveri della parrocchia di Santa Maria accogliamo persone senza dimora, migranti, rifugiati, turchi e stranieri: uomini e donne che spesso hanno perso quasi tutto e portano dentro di sé storie di povertà, solitudine, abbandono e sofferenza.
Davanti a queste persone e alle loro storie non possiamo semplicemente dire: «Dovete perdonare», «dovete accettare», «dovete andare avanti». Non possiamo chiedere a chi ha sofferto tanto di dimenticare il proprio dolore o di superarlo come se fosse qualcosa di semplice. Possiamo invece stare accanto, ascoltare, condividere un tratto del loro cammino e, soprattutto, cercare di testimoniare con la nostra vita che esiste una strada diversa.
È ciò che San Francesco ci insegna con il suo «Pace e Bene»: non rispondere al male con altro male e non permettere che il dolore ricevuto generi nuovo dolore. Perdonare è difficile, a volte molto difficile, ma crediamo che sia l’unica strada che può renderci veramente liberi e aprire, anche dentro le ferite più profonde, uno spazio nuovo alla pace.

«Il Papa chiede a Maria, Regina delle missioni, di renderci «strumenti di pace». Quali piccoli, invisibili passi quotidiani compie la vostra fraternità per gettare ponti di dialogo ecumenico e interreligioso in questa regione?»
Sono passi molto piccoli, semplici, ma per noi molto importanti. Qui in Turchia, a Büyükada, un’isola di Istanbul, abbiamo imparato che la pace e il dialogo non si costruiscono prima di tutto con grandi parole, ma attraverso gesti quotidiani che permettono alle persone di incontrarsi e di conoscersi davvero.
Il primo passo è aprire la porta della nostra casa. Accogliere chi arriva, salutarlo con un sorriso, offrirgli uno spazio e, soprattutto, ascoltarlo. A volte una persona non ha bisogno di molte parole: ha semplicemente bisogno di trovare qualcuno disposto ad ascoltare la sua storia senza giudicarla. Anche questo, per noi, significa costruire la pace.
Un altro piccolo passo è condividere la gioia delle nostre feste. Qui in Turchia viviamo quotidianamente accanto a persone musulmane: facciamo loro gli auguri in occasione delle loro feste e loro, a loro volta, vengono a condividere le nostre. Sono gesti semplici, ma molto significativi, perché ci permettono di dire gli uni agli altri: «La tua gioia è importante anche per me».
Poi cerchiamo di aiutare chiunque abbia bisogno, senza domandare quale sia la sua religione, la sua nazionalità o da dove venga. Davanti a una persona che soffre, prima di ogni altra cosa, vediamo un fratello o una sorella. È nella concretezza di questi piccoli gesti che il dialogo diventa vita.
E infine c’è Maria. Qui in Turchia la sua presenza è molto importante, perché è amata e rispettata sia dai cristiani sia dai musulmani. In qualche modo, Maria ci aiuta a incontrarci, ad avvicinarci gli uni agli altri con rispetto e semplicità. Guardando a lei impariamo anche noi ad accogliere, ad ascoltare e a custodire l’altro.
Sono davvero piccoli passi, fatti giorno dopo giorno. Ma forse è proprio così che possiamo diventare, come desiderava San Francesco, veri strumenti di pace nella vita quotidiana.